Giulio Seniga nel ritratto di Gianni Brera

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Seniga, di Gianni Brera

Testo · di Gianni Brera · 1958


Da Gianni Brera, «Seniga», in Il principe della Zolla, a cura di Gianni Mura, Il Saggiatore, 2015.

Nella tarda mattina del 26 luglio 1954 il giornalista milanese G.B. venne svegliato dal telefono che teneva sul comodino. Macchinalmente staccò il ricevitore e guardò l’orologio, semmai fosse così presto da potersi indignare, come aveva gran voglia. Erano le undici passate. G.B. soffocò un primo sbadiglio e digrignò un risentito «chi parla». Una voce dalla inflessione dialettale quasi simile alla sua disse: «Nino». «Nino dell’Ossola?» «Proprio.» L’erre francese aveva tolto ogni dubbio a G.B. che salutò affettuosamente l’amico; ma Nino tagliò corto con i convenevoli: «Senti, G.B., quando ci siamo lasciati, nell’aprile del ’45, tu mi hai detto che se la mia vita fosse stata in pericolo avrei potuto rivolgermi a te. Bene: ti telefono per questo».

«Vieni subito» disse G.B.

Il giornalista trascorreva a Milano il periodo migliore della «sua» estate. Moglie e bambini erano al mare: lui si alzava prima di mezzogiorno nel solo caso che fosse rimasto senza sigarette: prendeva una doccia e scendeva in trattoria, dove iniziava il pasto con il caffè. L’improvvisa ricomparsa di Nino non mancò di impressionarlo. Era tuttavia lieto che l’occasione fosse venuta: in certo modo, G.B. sentiva di dover quasi la vita a lui, che lo aveva fatto accogliere fra i garibaldini di Moscatelli in un momento critico della sua esistenza. Sapendolo giornalista, il gran capo dei socialisti si era rifiutato di arruolarlo nella Matteotti. Le ragioni non erano ben chiare, dato che G.B. era molto giovane e non aveva coscienza di aver compiuto alcunché di delittuoso nei pochi anni in cui aveva lavorato «come tutti gli altri».

Nino era il responsabile del PCI nella Repubblica dell’Ossola e non nutriva per gli intellettuali di origine proletaria alcuna diffidenza.

G.B. era ben presto divenuto aiutante maggiore di una brigata garibaldina. Nino chiedeva sovente notizie sul suo comportamento, ed era per compiacersene. Nei giorni della ritirata dall’Ossola, Nino aveva sottratto ai tedeschi un intero treno carico di mercurio. Pistola alla mano, aveva costretto il capostazione di Varzo e il macchinista del treno a infilare la galleria del Sempione, consentendogli di fermarsi soltanto a Briga. Il carico non costava meno di mezzo miliardo e Nino lo aveva ceduto alla Legazione Italiana di Berna, chiedendo in cambio armi e viveri per i reparti garibaldini rimasti in Italia.

Intralciata anche dai comandi alleati, l’operazione fallì ma Nino non si arrese. Incominciò a visitare i rifugiati in tutti i campi della Svizzera e ad organizzarli per il ritorno. Egli stesso a fine novembre prese la via della montagna per raggiungere Moscatelli. La neve era molto alta, il cammino impervio. Nino precipitò in un burrone avendo due mitra al collo, una ventina di bombe a mano e due milioni in biglietti da mille nello zaino. I compagni lo raggiunsero con grave rischio: Nino si era fratturato il bacino e fu gran cosa trascinarlo in una baita più a valle. Qui rimase solo per circa due mesi e guarì come avrebbe potuto, avendo fortuna, un animale giovane e robusto.

Il reparto di G.B. fu il primo a soccorrere Nino in quei giorni difficili. Non appena fu in grado di camminare, Nino raggiunse G.B. a monte di Villadossola. Purtroppo, capitò nella zona durante un furioso rastrellamento tedesco. Camminava a stento, sudando freddo per la sofferenza. Nella gola dove erano riparati, G.B. ed i suoi avevano catturato un caprone per sfamarsi: Nino dovette aggrapparsi a quello per compiete l’ultimo tratto di sentiero. Non gli sfuggì un lamento.

G.B. non aveva più visto Nino prima della liberazione. Quando i garibaldini sfilarono a Milano, Nino stava insieme ai «grandi» del Comando partigiano. Poi Nino era scomparso e G.B. aveva ripreso il lavoro di giornalista al di fuori della politica. Aveva incontrato l’amico allo stadio: «Ti presento l’onorevole Secchia». Lo aveva intravisto a Praga. «Torno da Mosca … » Alto e magro, di quel biondo scuro che i tedeschi chiamano braun, Nino aveva conservato l’aria severa, direi ascetica ma soprattutto arcigna dei mistici marxisti. G.B. notò che somigliava moltissimo a certi giovani funzionari sovietici: come loro serio e perfino ispirato, vestito senza ricercatezza, con abiti scuri, tagliati male, un po’ lisi.

Ora eccolo in pericolo di vita. Andò ad abbracciarlo sulla porta. Nino portava con sé una grossa borsa di cuoio logoro: chiese di poterla riporre subito in un armadio.

«Che ti succede?» «Ho rotto con Botteghe Oscure.» «Perché?»

Per la prima volta da che lo conosceva, Nino parve eccitato e perfino apprensivo a G.B.: «Da troppo tempo non mi potevo più vedere in quel ministero della finta miseria. Secchia non mi ha voluto ascoltare. È soltanto un buon uomo. Ora sarà disperato. Ho tolto le cartucce dalla sua rivoltella, perché non abbia a spararsi. Gli ho lasciato un biglietto, pregandolo d’aspettare mie notizie. Gli debbo ripetere per lettera quello che ho detto e gridato inutilmente negli uffici della direzione del PCI. Mi ci vorranno un paio di giorni».

Bevvero qualcosa, e Nino spiegò finalmente il perché della sua decisione. I capi comunisti – disse – avevano mancato la propria missione rivoluzionaria. Si erano adagiati in un attendismo di comodo, accampando la scusante che in Italia non era possibile far nulla prima che giungesse l’armata rossa. Avevano ville, automobili e donne. Le sofferenze del popolo non li commuovevano più che tanto. In fondo, essendo borghesi o vivendo come tali, disprezzavano il popolo non meno dello storico Francesco Guicciardini, che ebbe a definirlo «un animale pazzo». Il solo Secchia si diceva insoddisfatto e anzi sdegnato di quell’andazzo, ma rifiutava sistematicamente di agire e di ribellarsi a Togliatti. Così, aveva dovuto piantarlo in asso. Aveva portato con sé i documenti necessari: con quelli avrebbe dato inizio a un nuovo movimento politico nell’ambito dello stesso partito. Avrebbe pure chiesto l’appoggio dei sovietici per mezzo della sua compagna Anita, cresciuta in Russia, funzionario come lui a Botteghe Oscure.

«Voglio fare la parte del diavolo» disse G.B. inghiottendo saliva a sua volta.

«Mi pare tu abbia compiuto un brutto colpo di testa. Se davvero la politica è la scienza del possibile, così come vanno le cose, Togliatti può dirsi in regola con se stesso. Tu invece sei la pulcetta anarchica della favola di Trilussa: quella che si getta nell’ingranaggio dell’orologio per far mutare senso alle rotelline: si sente cricchiare qualcosa (la pulcetta), poi tutto riprende a girare come prima.»

Nino rimase sgradevolmente colpito dalle parole di G.B. che insistette: «Dovresti pure conoscere un personaggio di Gorki chiamato Ilja. Da ragazzo trovò lavoro in una pescheria. Tre giorni dopo si accorse che il primo e il secondo commesso rubavano. Ne avvertì subito il padrone e si sentì pieno di meriti. Il padrone parve molto spiaciuto: tuttavia diede tre rubli a Ilja e disse: “Ti ringrazio ma debbo licenziarti”. “Come!” stupì Ilja “licenziate me che sono l’unico onesto?” “È vero che sei onesto” ammise il padrone “ma tu solo non sapresti condurre la pescheria: gli altri due marioli, sì.” Ecco» concluse G.B. «quando andrai dai sovietici ti risponderanno come il padrone di Ilja». «Vedremo» disse Nino «vedremo se hai ragione.» E subito incominciò una lunga lettera di commiato a Secchia, né mancò di citare brani d’un libro di Pisacane, suo paradigma rivoluzionario.

Trascorsi due giorni, Nino sostituì la gran borsa di cuoio logoro con una modesta valigia di fibra e partì. Si rifece vivo dopo un mese; era con lui la compagna che per amor suo aveva lasciato l’impiego e il partito. Avevano ricevuto dai sovietici la risposta toccata a Ilja, forse meno.

Intanto i giornali «borghesi» avevano pubblicato su Nino cose fantastiche: era vero soltanto che si chiamava Giulio Seniga, nato a Volongo (Cremona) nel 1915. Figlio di un bracciante, aveva fatto l’apprendista meccanico ed era stato assunto dall’Alfa Romeo nel 1934. Lavorava il giorno e studiava la sera. Il 25 luglio ’43 era stato eletto membro della Commissione interna. Era riparato in Svizzera dopo 1’8 settembre: era molto stanco e malato.

Nino rimase indifferente al chiasso (non certo disinteressato) dei giornali «borghesi». Lesse invece e meditò a lungo l’articolo che Italo Pietra gli dedicò su L’Illustrazione Italiana. Pietra non aveva mancato di citare il famoso titolo di Lenin L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Ma Nino finì per concludere che Lenin era già saldamente al potere, quando ebbe a deplorare l’estremismo ormai intempestivo di alcuni compagni. Qui, in Italia, sarebbe stato il caso di scrivere il contrario: L’immobilismo, malattia senile del comunismo.

Dopo l’attentato a Togliatti, il PCI era tornato alla «vigilanza rivoluzionaria» per esortazione telegrafica dello stesso Giuseppe Stalin. Nino era giusto il viceresponsabile della Commissione centrale di vigilanza, organo che in verità si limitava a tenere in efficienza i mezzi per una eventuale fuga dei gerarchi. La Commissione disponeva per questo di abitazioni segrete e ville isolate, di auto velocissime e, alla occorrenza, perfino di aerei che Seniga avrebbe pilotato. Nino prese quanto prevedeva gli dovesse servire: avrebbe fondato un movimento di Azione Comunista, pubblicato un periodico e dei libri. Infatti, Nino impostò subito il menabò di un quindicinale prendendo i maggiori spunti grafici da France-Observateur. Poi si diede a cercare compagni per la redazione e non faticò molto a trovarli. Il più importante acquisto di Azione Comunista va considerato il professor Nicola Raimondi, chiamato Nicola durante la guerra partigiana. Era stato allievo di Banfi alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Da partigiano si era comportato benissimo, come quasi tutti i più umili diaconi del partito. Nell’immediato dopoguerra aveva fondato una scuola per i giovani partigiani.

Seniga profondeva in Azione Comunista il suo fuoco di attivista romantico; Raimondi la sua cultura professionale. Il loro giornaletto arieggiava talvolta di libello trotzskista o anarchico. Dalle varie sezioni d’Italia, i comunisti più inquieti vi sfogavano malumori e velleità meramente letterarie.

Seniga acquistò una vecchia auto e percorse qualcosa come mezzo milione di chilometri in cinque anni. Avvicinava compagni vecchi e nuovi, discuteva, spiegava, faceva proseliti.

Non si ricorda grande partito di massa più cocciutamente messo alle corde per la sola attività di un uomo.

Avvalendosi delle sue molte relazioni internazionali, Seniga si mise in contatto con gli scontenti del laburismo inglese e del comunismo francese.

Da quasi tutta l’Europa libera giungevano ad Azione Comunista le testimonianze di una profonda insoddisfazione. Sempre più costretto dalle strutture borghesi, il socialismo europeo doveva adeguarsi a quelle per sopravvivere campicchiando. Lo slancio rivoluzionario era dovunque sopito. I gerarchi imborghesivano divenendo automaticamente conservatori in difesa del proprio stipendio. In Italia – tuonava Azione Comunista – i califfi del PCI invocavano teoricamente la rivoluzione del pollo arrosto di là da venire, ma nulla facevano perché i più poveri attuassero almeno quella del pane e cipolla.

Il nuovo movimento che pure si ispirava ai princìpi del più ortodosso materialismo storico, veniva tacciato di «settarismo e massimalismo dogmatico» da parte dei capi del PCI, e questa scomunica avrebbe naturalmente avuto il suo peso presso le masse comuniste, le cui capacità di reazione si andavano spegnendo di fronte a ben più impellenti necessità di vita. Quanto alle specifiche accuse di Azione Comunista, esse venivano ufficialmente ignorate, preferendo il partito usare armi diverse da quelle del pubblico dibattito.

Dopo aver spedito i suoi più autorevoli personaggi – fra cui Terracini — alla ricerca degli agnelli smarriti, il PCI aveva apparentemente smesso di occuparsi di loro. Del resto, col passare del tempo, anche in seno al nuovo movimento erano sorte controversie difficilmente sanabili. I rigori «scientifici» degli intellettuali avevano immiserito ogni slancio fattivo. Seniga stesso dovette ad un certo punto accorgersi con profonda delusione, che anche Azione Comunista si andava disperdendo in un vago e inutile dottrinarismo di cui le masse non avrebbero mai potuto comprendere lo spirito.

Elementi di valore si erano decisi a lasciar le file del movimento che tradiva le ragioni stesse per cui era nato: tra questi lo scrittore Pier Carlo Masini, redattore del giornale, che aveva prima tentato di precisare la sostanza politica del dissenso interno, avvalorando la fondatezza dell’insoddisfazione di Seniga.

Per ridare vitalità e vigore al movimento, sostenevano ancora in molti, sarebbe stato necessario riportarlo ad una prassi politica più immediata: e Seniga vide nell’azione per l’unità sindacale un nuovo scopo degno del suo fervore. Attivista per passione, mordeva il freno nella piccola fortezza che egli stesso aveva costruito. Le parole non potevano bastare.

Come era fatale, gli intellettuali di Azione Comunista accusarono Seniga di personalismo riformista. La frattura divenne allora inevitabile. Azione Comunista pubblicò giorni or sono di non aver più nulla in comune con Giulio Seniga. Questi precisò sul Giorno, che aveva ripreso la notizia, i motivi per cui aveva ritenuto di doversene andare: le due tendenze sorte in seno al movimento non potevano più essere conciliate: ad ognuno, quindi, la propria libertà.

Ora Seniga è all’imbocco di una nuova strada.

Chi lo conosce, inquieto sino alla frenesia, non esita a definirlo un’anima «attraversata». Né egli nasconde che la lotta lo esalta. Non più – dice – iperboli retoriche, non più sterile dottrinarismo. La dialettica lo aiuta a capire che, quando una classe permane inerte, l’altra si organizza e progredisce.

Nei giorni in cui Lauro e Covelli si uniscono, e il «cattolico di sinistra» Fanfani viene battuto in breccia, gli operai restano divisi in cinque o sei sindacati senza nerbo. I lavoratori italiani assommano a 15 milioni: i sindacati ne organizzano al massimo 5.

Svanito il sogno di una rivoluzione totale, Seniga ha rimesso i piedi in terra: «Val più un’azione compiuta» egli afferma «che cento programmi scritti». E si può capire ormai dove diriga i suoi passi.

Rimasto ad Azione Comunista con Fortichiari, il professor Nicola Raimondi accusa Seniga di involuzionare alla maniera di Kautsky. Nel prontuario marxista, Kautsky è il socialdemocratico austriaco definito da Lenin «il rinnegato».

Egli è rimasto il paradigma del rivoluzionario che le contingenze politiche inducono via via ad un limitato riformismo. È però indubbio che, fra Kautsky e Trotzsky, soltanto il «rinnegato» austriaco potrebbe assicurare pane e cipolla. I polli arrosto rimangono nel sogno di tutti i poveri e – da quanto afferma Seniga – nella dispensa dei capi comunisti, in via Botteghe Oscure.

Quelli non fanno che un’opposizione di comodo per chi detiene il potere: aspetteranno forse, ad agire, che arrivi l’armata rossa, come è nella prassi di tutte le piccole rivoluzioni di adeguamento. Intanto il povero seguita a desiderare, invano, il suo pane e cipolla per sfamarsi.

Ora io non so proprio dire se, davanti a un personaggio come Seniga, prevalga in me l’ammirazione o la commozione. Egli stesso, che definisce Togliatti un misto di Machiavelli e di Loyola, ha molto in sé del don Chisciotte e del Pisacane. Secondo che l’ha interpretato Unamuno, don Chisciotte è un generoso poeta dell’inutile; quanto a Pisacane, gentiluomo romantico e socialista, venne ucciso a fucilate dagli stessi «fratelli» che aveva sognato di liberare. Ancor oggi Seniga ignora, come l’ha ignorato Rosselli, che il capo dei «trecento giovani e forti» avrebbe potuto essere avvertito che lo sbarco non era più da fare: non fu avvertito in tempo perché la staffetta, proveniente da Napoli, aveva trascorso la notte con una donna a Salerno, e il mattino perse il carretto che doveva portarlo a Sapri.

Le «anime attraversate», per solito, queste cose non sanno e non vogliono sapere. Qualcosa le chiama sempre. Debbono andare. E qualche volta, giova dirlo, arrivano.