Giulio Seniga visto da Edgar Morin
Testo · di Edgar Morin · 2019
Da Edgar Morin, Les souvenirs viennent à ma rencontre, Fayard, 2019, pp. 412-414. Traduzione italiana di Martino Seniga. Nel 2020 il libro è stato pubblicato in italiano da Raffaello Cortina Editore con il titolo: I Ricordi Mi Vengono Incontro
A questo punto si impone nella mia mente la figura di Giulio Seniga. Cerco invano di ricordare il nostro primo incontro. Forse fu alla fine degli anni ’60 quando conobbi Silone? Fu più tardi, a Milano, dove viveva? In ogni caso, prima di dedicarmi a questo libro di ricordi, avevo pensato di scrivere un altro libro, intitolato “I miei eroi, i miei amici”, tra questi Seniga è stato uno dei pochi la cui vita mi ha reso più fiducioso nell’umanità.
Ho spesso incoraggiato Giulio a scrivere le sue memorie. Pensavo che fosse morto nel 1999 senza averlo fatto, ma, nel 2011, è apparso il testo “Credevo nel Partito”, che non ho letto ma che credo racconti una parte della sua storia.
Seniga, di origini contadine, giovane operaio dell’Alfa Romeo, era stato uno dei leader della resistenza italiana. La sua brigata di partigiani tra l’altro aveva liberato la Val d’Ossola, al confine con la Svizzera. Dopo la Liberazione, il suo ardente attivismo comunista fu segnalato a Togliatti, segretario generale del Partito Comunista Italiano che lo rese suo segretario-tesoriere e gli affidò un certo numero di compiti riservati, tra i quali figurava anche l’incombenza di pagare le vacanze, i viaggi e i ristoranti dei dirigenti del partito. Pilotò da Milano a Mosca l’Alfa Romeo che i compagni italiani regalarono a Stalin per il suo cinquantesimo compleanno. Nel corso di una visita a Mosca incontrò una giovane russa con cui si sposò. Era un uomo di ferro, su cui il Partito poteva contare in tutta sicurezza. Tuttavia, Giulio si rese conto, prima con stupore e poi con riprovazione, che i leader del comunismo italiano conducevano una vita “capitalista”, contrariamente all’austerità proletaria che avrebbero dovuto ostentare. Pensò che il compagno Stalin, se lo avesse saputo, avrebbe censurato questi comportamenti.
Continuò a svolgere i suoi incarichi, disponendo di un imponente tesoro, non registrato nei libri contabili del Partito e, per di più, pilota l’aereo che Togliatti utilizza per alcune delle sue missioni. Verso l’inizio degli anni ’50, Giulio si era ormai convinto che il Partito non solo aveva tradito la classe operaia in Italia, come ovunque, ma che anche il comunismo stalinista era una dittatura totalitaria. Il 25 luglio 1954 fuggì con i fondi segreti del Partito, $ 500.000, e l’aereo di Togliatti. Ma seppe proteggere la sua vita. Al momento della fuga, affidò a Ignazio Silone alcuni documenti riservati del Partito, chiedendogli di pubblicarli se gli fosse successo qualcosa di brutto. Come ha scritto un editorialista del Corriere della Sera: “Chi per aver conosciuto il vero volto dell’Unione Sovietica, chi perché inserito in organismi di ermetica riservatezza, questi militanti entrarono a contatto con gli arcana imperii di una ferrea ragione di Partito, scoprendola troppo cinica, e brutale, rispetto agli ideali dai quali erano stati indotti a tanti sacrifici”. Negli anni seguenti, il Partito ha continuato a indicarlo come un ladro che voleva appropriarsi di un tesoro e si era stabilito sulla Costa Azzurra. In realtà, Giulio ha usato questo denaro per aiutare gli scioperi e le rivolte dei lavoratori in Europa, come lo sciopero dei minatori nelle Asturie, per finanziare il movimento indipendente Azione comunista, per pubblicare i testi profetici oscurati dallo stalinismo, come quelli di Rosa Luxembourg. Lui stesso viveva molto modestamente in un piccolo appartamento a Milano, dandosi uno stipendio da operaio specializzato, dedicando tutte le sue energie a denunciare una grande menzogna della storia. È diventato sempre più libertario e riformista e si è avvicinato al Partito socialista. Mi ha raccontato questo aneddoto significativo. Mentre era il capo dei partigiani gli fu portato un giovane fascista che avrebbe dovuto essere fucilato. Interrogando questo giovane Giulio scoprì che gli rispondeva con l’accento della povera gente della sua terra d’origine. Seniga, colpito, lo fece liberare. Qualche anno dopo, durante una partita di calcio a Milano, incontrò l’ex giovane fascista, lussuosamente vestito con una pelliccia, diventato editorialista sportivo di un importante giornale. E fu proprio lui a dirgli: “Allora, sei passato dalla parte della borghesia adesso?”.
Seniga è uno degli uomini più coraggiosi, calunniati e denigrati che abbia mai conosciuto. È un caso estremo ed esemplare di una presa di coscienza che lo ha portato a una decisione incredibile. Mi dona coraggio e fiducia nel genio sotterraneo che lavora nelle profondità cerebrali, qualcosa che risveglia e rivoluziona le menti, proprio quando si pensa che tutto sia chiuso, congelato, pietrificato. Lo stesso genio sotterraneo che ha operato in altre menti, tra cui quella del segretario generale dell’URSS, Mikhail Gorbachev.