La strage di Marcinelle
Testo · di Maria Antonietta Serci · 2026
Di Maria Antonietta Serci. Pubblicato l’8 agosto 2026 su DecoderNews, nel 70° anniversario della strage del Bois du Cazier. Le fonti d’archivio sono indicate nelle note in calce.
Il racconto di Giulio Seniga, testimone diretto della prima grande strage del lavoro nell’Europa del dopoguerra. L’inviato del quindicinale «Azione comunista» realizzò a Marcinelle la prima inchiesta sulle “verità nascoste” delle stragi sul lavoro nelle miniere di carbone.

Sabato 8 agosto 2026 è il 70° anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio, quando un’esplosione di grisù nella miniera del Bois du Cazier causò la morte di 262 minatori di dodici nazionalità diverse, tra cui 136 italiani.
Il 23 giugno 1946 Italia e Belgio avevano firmato un accordo bilaterale che prevedeva l’invio di lavoratori italiani nelle miniere belghe in cambio di forniture di carbone a prezzo agevolato. Il fabbisogno di manodopera italiana era fissato a cinquantamila lavoratori, per cui si dovevano mandare duemila persone a settimana, con un’età massima di 35 anni e in buono stato di salute. Alla fine del 1954 la comunità di lavoratori italiani in Belgio contava ben 161.495 persone occupate in miniere prive di adeguate misure di sicurezza, una condizione che provocò molti gravi incidenti, tra i quali quello di Marcinelle è solo il più noto.
Giulio Seniga, fondatore e redattore del quindicinale «Azione comunista», decide di partire per il Belgio non appena si diffonde la notizia della strage dei minatori e annuncia il viaggio all’amico André Marty, comunista francese dissidente, col quale intende confrontarsi su «cosa fare», come scuotere l’opinione pubblica alle prese con i preparativi del Ferragosto: “Mentre giungono le terribili notizie sul disastro minerario in Belgio, mentre purtroppo tutto il mondo dell’alta politica e del sindacalismo moderno sono in vacanza e si fanno sentire con qualche frettoloso telegramma di cordoglio, al quale faranno seguito alcune sottoscrizioni per le famiglie delle vittime e molte corone di fiori, sento il bisogno di mettermi in contatto con te per chiederti consiglio su cosa fare. Io intanto parto subito per quei luoghi del disastro per ricavare le più dirette e genuine notizie ed impressioni su quest’altro crimine di massa consumato dalla classe capitalistica ai danni del proletariato”1.
La lettera a Marty è datata 9 agosto, lo stesso giorno in cui Dino Buzzati scrive il noto articolo sul «Corriere della Sera»2. Qualche giorno dopo Seniga parte in automobile per il Belgio, con il proposito di andare a vedere dal vivo quanto accade e scriverne in modo documentato su «Azione comunista». Dopo le dimissioni dal Pci, nel luglio 1954, Giulio Seniga si era messo in contatto con militanti dissidenti del partito, come Luciano Raimondi e Bruno Fortichiari, per alimentare l’opposizione al gruppo dirigente. In dicembre il gruppo organizza la prima uscita pubblica con la pubblicazione di una lettera aperta ai delegati, denominata «I° Lettera ai compagni», in occasione della IV conferenza nazionale di organizzazione del Pci, tenutasi nel gennaio 1955. In questo contesto, nel giugno 1956, viene avviata la pubblicazione di un periodico quindicinale, «Azione comunista», diretta da Raimondi e Fortichiari.
Al ritorno da Marcinelle, Seniga pubblica dunque un articolo d’inchiesta su «Azione comunista»: “Mine nel grisù”. Questa la verità — dicono i minatori — sulla strage di Marcinelle.

Si tratta di un documento particolarmente importante anche perché costituisce l’unica testimonianza scritta del viaggio, oltre ai riferimenti che si trovano nella corrispondenza con Marty conservata nel suo Archivio. Al ritorno in Italia, la copiosa documentazione raccolta con l’obiettivo di realizzare un numero speciale del periodico dedicato alle morti sul lavoro viene misteriosamente trafugata dalla sua automobile, come ha testimoniato a chi scrive Anita Galliussi, moglie di Seniga.
L’autore ci porta sul luogo: “bisogna descriverla e diffonderla l’immagine di questo buio inferno, dai pozzi di oltre mille metri, in fondo ai quali lavoravano e sono rimasti sepolti anche ragazzi di 14 anni. Bisogna spiegarlo come è fatta questa diroccata topaia dalle gallerie chiuse con porte di legno, dalle vene e dai cunicoli di coltivazione alti 40-50 centimetri entro i quali il minatore deve lavorare stando carponi o disteso sul ventre, costretto, come una talpa che si scava la tana, ad aiutarsi nel suo lavoro non solo”3.
E la descrizione del luogo continua con la denuncia, perché bisogna dire ad alta voce perché in quella e in altre miniere non si rispettano le leggi, non sono stati fatti interventi di modernizzazione, facendole diventare dei gironi infernali che a Seniga ricordano le descrizioni di Émile Zola in Germinal: “Bisogna dire come e perché quella miniera si era praticamente trasformata in una specie di polveriera, dove gli ascensori sono vecchi di 50 anni e corrono su guide di legno, dove i cavi della corrente sono lasciati scoperti e a penzoloni, dove i vagoncini sono ancora trainati da cavalli ciechi, dove i sorveglianti gridano ed infieriscono come dei forsennati per aumentare il ritmo ed il carico di produzione, dove non solo non si applicano i regolamenti stabiliti dalla legge civile ma nemmeno si osservano le più elementari leggi del buon senso e della umana prudenza. Tutte queste cose bisogna dirle e soprattutto occorre denunciare che anche in questa miniera, come in tante altre, si usava fare brillare le mine mentre gli operai del turno erano nei pozzi, e senza preoccuparsi della presenza o meno del grisù.”4
Accusa la direzione della miniera di aver ritardato di proposito gli interventi necessari per il salvataggio degli operai allo scopo di far sparire le tracce e le testimonianze delle proprie responsabilità, arrivando persino a rifiutare con decisione l’aiuto offerto da specialisti tedeschi accorsi immediatamente sul luogo del disastro. Ricordando un’altra strage mineraria avvenuta due anni prima in Italia, a Ribolla, sempre a causa del grisù, Giulio Seniga conclude con amarezza, consapevole che le inchieste e le commissioni non porteranno a nessuna giustizia per i morti e le loro famiglie:
“Tutte le grandi catastrofi minerarie […] sono state provocate dello scoppio del grisù. Le inchieste tecnico-amministrative, combinate e condotte dagli stessi tecnici e padroni delle miniere o comunque dai loro colleghi di classe e di governo, non hanno mai approdato a nulla di chiaro in fatto di responsabilità e di responsabili. […] Non abbiamo quindi nessuna fiducia nelle inchieste che si faranno anche per Marcinelle. Ma quello che non dirà l’inchiesta, quello che non hanno detto e non diranno i grandi giornali, compresa l’Unità, lo dovranno dire e gridare forte, insieme ai minatori, i lavoratori di tutto il mondo. I responsabili della catastrofe di Marcinelle come di quasi tutte le sciagure e le disgrazie sul lavoro sono i padroni, con la loro sete di guadagno.”5
Non si sbaglierà. Dopo la prima ondata emotiva i morti e le loro famiglie verranno ben presto dimenticati e bisognerà attendere il 2016, quando Toni Ricciardi pubblicherà la prima ricerca storica sulla strage di Marcinelle, dove ricostruisce il contesto di quello scambio indecente “minatori-carbone”, un’onta per l’Italia del dopoguerra. Lo storico scrive si trattò di una vera e propria “emigrazione di Stato”, una conseguenza dell’accordo siglato con il Belgio il 23 giugno del 1946, due giorni prima che si insediasse l’Assemblea costituente. Tutti i comuni italiani furono tappezzati di manifesti rosa che invitavano a partire per le zone minerarie del Belgio e contribuire così allo sviluppo economico del paese, ma ben presto ci si accorse che le forniture di carbone tardavano ad arrivare o erano molto inferiori a quanto pattuito.
Molti emigrati venivano arrestati nel tentativo di rimpatriare perché rifiutavano di sottostare alle condizioni disumane di lavoro stabilite nell’accordo firmato dal governo italiano e infine, come aveva già scritto il militante di Azione comunista nel 1956, Ricciardi ricorda che gli operai venivano alloggiati nelle baracche dei campi di concentramento nazisti.6.
I patronati dei lavoratori sostennero le famiglie, costituendosi come parte civile durante le indagini e le cause giudiziarie e sostenendo le famiglie delle vittime. La sentenza assolverà tutti i dirigenti, sarà condannato solo un ingegnere, a sei mesi con la condizionale e una multa, mentre la società Bois du Cazier pagherà parzialmente le spese di risarcimento. La causa si concluderà nel 1964 con un accordo tra le parti.
Negli anni successivi la storia drammatica di Marcinelle è progressivamente entrata a far parte della memoria collettiva del Paese per diventare la strage primaria, capofila delle ormai quotidiane morti sul lavoro che si susseguono nella cronaca, eventi ai quali guardiamo in modo distratto, ormai assuefatti, nell’indifferenza delle istituzioni preposte e della politica. Gli immigrati, spesso clandestini, che lavoravano nei campi in condizioni di schiavitù, gli operai edili che lavoravano nelle nostre città in condizioni di totale sfruttamento ricordano quei minatori, ci ricordano la nostra storia.
Giulio Seniga continuerà negli anni a seguire la storia della tragedia di Marcinelle e nel 1976, ormai da lungo tempo collaboratore de l’«Avanti!», ripubblicherà sulle pagine del quotidiano socialista l’articolo uscito nel 1956. E risulta sempre attuale quella denuncia: «I responsabili della catastrofe di Marcinelle come di quasi tutte le sciagure e le disgrazie sul lavoro sono i padroni, con la loro sete di guadagno».
Note
- Archivio Storico della Camera dei deputati, Archivio Giulio Seniga, Corrispondenza, b. 2, fasc. 5, Minuta di S. a Pietro, 9 agosto 1956 [Pietro è il nome di battaglia di Marty]. ↩
- Dino Buzzati, Tragedia nostra, «Corriere della Sera», 9 agosto 1956: «Con le mani ma anche coi piedi per liberarsi d’attorno il minerale scavato che veloce deve salire alla superficie per arricchire sempre più il padrone». ↩
- G. Seniga, La strage di Marcinelle, «Azione comunista», 15 settembre 1956. ↩
- Ibidem. ↩
- Ibidem. ↩
- Toni Ricciardi, Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli, Roma, 2016. ↩